I paradigmi riduzionistici
29 gennaio 2012 in Approfondimenti, Articoli, Salute ed ecologia mentale
La psichiatria e, più in generale, la sanità, si trova oggi in una fase di stallo, stretta fra le tenaglie di una visione scientistica ed economicistica che impone i suoi dogmi e imbriglia la prassi operativa fra le smanie aziendalistiche dell’odierna politica sanitaria e le bramosie impellenti delle multinazionali del farmaco. Dopo il fermento rivoluzionario degli anni Settanta e dopo il pathos del dopo-riforma, lo slancio innovativo si è andato scemando ed i servizi psichiatrici tendono a ristagnare, impantanati in una prassi ripetitiva e conformistica.
Chiusa nelle morse degli assunti riduzionistici, la psichiatria si trova oggi ingabbiata fra due principali paradigmi: quello biologico-organicistico (che rimanda al modello medico) e quello socio-psichiatrico (che rimanda al modello sociologico). Ad essi si affianca un terzo paradigma, quello psicologico, il quale, lungi dall’offrire una prospettiva esaustiva dell’essere umano, finisce per scadere in una ulteriore forma di riduzionismo, che rimanda a molteplici modelli teorici e alle relative scuole, parrocchie settarie spesso fra loro in conflitto.
In realtà è tutto il panorama della sanità, pubblica e privata, e non soltanto della salute mentale, che appare impantanato in una crisi di identità. Paradossalmente, proprio nell’epoca del più frenetico sviluppo tecnologico, dalla fabbricazione incessante e subentrante di strumenti ed apparecchiature sempre più ingegnose e sofisticate, il settore sanitario sembra pervaso da un’inerzia e da un’insoddisfazione generalizzata. La sanità è frammentata in mille rivoli pieni di tecnicismo e privi di anima. Gli operatori appaiono sempre più demotivati e disamorati, vittime di una operatività meccanica e deprivata degli spazi e dei tempi per la relazione e la risonanza empatica.
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